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SCUOLA A TEMPO PIENO: SUD E NORD A CONFRONTO

Un’analisi puntuale sull’incidenza dell’orario a tempo pieno nel sistema scolastico e proposte di lettura critica.

La legge 107 sulla Buona Scuola ha istituito il Portale unico, consultabile sul sito ufficiale del Ministero dell’istruzione. Il Portale è “lo strumento che il MIUR mette a disposizione dei cittadini per dare concreta attuazione al principio della trasparenza, garantendo così un libero accesso alle informazioni e ai dati della scuola”.

Alla sezione “Esplora i dati” è possibile avere informazioni riguardanti percentuali sul numero degli alunni e delle classi, sia per tipologie di scuola che di organizzazione scolastica. Ed è proprio analizzando i dati che è possibile ravvisare una forte disparità di trattamento, tra nord e sud, nell’offerta formativa delle scuole.

Alcuni dati mettono infatti in luce che la richiesta delle famiglie per usufruire del tempo pieno nelle scuole primarie del sud, viene soddisfatta soprattutto dalle scuole paritarie.  Nell’anno scolastico 2016/2017, ad esempio, le classi a tempo pieno nelle scuole primarie, sia statali che paritarie, risultano essere il 19% al sud (isole comprese) e il 55,8% al nord.

Ciò che tuttavia lascia perplessi è l’enorme differenza che si riscontra nei dati, paragonando le percentuali delle scuole pubbliche a quelle paritarie. Infatti, se a livello di scuola pubblica le classi a tempo pieno risultano essere il 56,1% a nord e solo il 18,6% al sud, diversa appare la situazione nelle scuole paritarie dove la percentuale di classi a tempo pieno è del 32,7% al sud e del 46,8% al nord.

Nonostante il Portale non riporti i dati relativi alla scuola dell’infanzia, la situazione non è tanto diversa anche in quest’ordine di scuola.  Si tratta di dati che mettono in luce il paradossale aggravio economico cui vengono sottoposte le famiglie residenti nella zona del paese economicamente più svantaggiata.  Le famiglie che al sud richiedono il tempo prolungato, sono quindi obbligate a pagare rette onerose oltre che a far fronte a spostamenti, non sempre agevoli, per raggiungere la sede scolastica scelta.

Il paradosso è aggravato anche dal fatto che il non investimento statale in un’offerta formativa ampliata al sud, ha generato quel notevole “flusso migratorio” di docenti meridionali al nord di cui tanto si è parlato, oltre che una minore opportunità di crescita per gli alunni. La retorica utilizzata sul piano politico e dalla stampa ha sovente dipinto i docenti come “famelici” del posto di lavoro fisso sotto casa, omettendo che un’efficace quanto equa articolazione del servizio scolastico statale dovrebbe considerare in egual misura le esigenze territoriali, sia al nord che al sud, ed investire, conseguentemente, in strutture e organizzazioni scolastiche che rispondano alle esigenze dei cittadini.

L’ampliamento del tempo pieno al sud consentirebbe inoltre di creare preziosi posti di lavoro in una zona economica del Paese saccheggiata da politiche economiche tanto devastanti quanto ingorde. Si tratterebbe di creare posti di lavoro non tanto nell’ottica clientelare, quanto in quella di armonizzare il sistema scolastico su reali esigenze territoriali, dando anche la possibilità ai docenti che lavorano da decenni di stabilizzarsi senza spostamenti gravosi.

Si tratterebbe anche di dare risposta ai docenti vincitori e idonei del concorso 2016, beffati da posti messi a bando che magicamente sono spariti dietro le quinte di un ministero, il MIUR, sordo e distratto. Considerato che attualmente lo Stato investe una cospicua somma di denaro pubblico per finanziare scuole paritarie che, a differenza di quelle statali, chiedono ulteriori rette ai loro utenti, riteniamo che sarebbe più equo e razionale ridistribuire le risorse economiche del nostro Paese a vantaggio di una scuola statale ormai martoriata da logiche distruttive e impoverenti.

Laura La Manna, Associazione Adida