Bilancio di un’associata

Sembra passata una vita. Eppure sono passati poco più di 3 anni da quando ho avuto l’occasione di conoscere le rappresentanti di ADIDA. Se considero i cambiamenti avvenuti nel mondo della scuola e nelle vite professionali di molte di noi, è passata una vita.

Ricordo ancora il convegno del 4 ottobre 2014 organizzato a Roma. Erano presenti esponenti del mondo della politica, del mondo scolastico e universitario, l’avvocato Bonetti.

Era appena cominciato il mio primo anno scolastico da abilitata in II fascia d’istituto: un’incredibile conquista dopo ben 7 anni (all’epoca) di precariato da “non abilitata” in III fascia d’istituto, dopo un concorso, quello del 2012, che “concedeva” 2 ore e mezzo di tempo per lo svolgimento di 4 tracce (modalità ben distante dal mio modo riflessivo di scrivere) e dopo un’estenuante attesa per l’attivazione dei PAS, tanto osteggiati dalla CRUI e poi non realizzati, per noi diplomati magistrali.

A dire il vero, non ero e non sono solo diplomata magistrale. Dopo aver conseguito a pieni voti una laurea magistrale in Filosofia presso l’Università di Pisa, dove ho tenuto dei seminari all’interno del corso di Antropologia filosofica, sono stata vincitrice di una borsa di studio della DAAD in Germania e tanto altro ancora che, sia all’epoca che oggi, non ha rilevanza giuridica ai fini dell’insegnamento: si tratta infatti di titoli, nella maggior parte dei casi, non valutabili nel calcolo del punteggio in graduatoria.

All’Università e durante gli anni del dottorato (non concluso), ho lavorato tantissimo alle continue rielaborazioni del mito di Antigone, al suo statuto all’interno della Fenomenologia dello spirito di Hegel, alle traduzioni della tragedia sofoclea di Hoelderlin e di Brecht, all’enorme potenzialità che questo mito ha avuto nelle diverse epoche storiche. Eppure, nei miei 7 anni d’insegnamento da “non abilitata”, diversamente da Antigone, ho smesso di ri-vendicare i miei diritti. Non che mi sia piegata al disprezzo con cui il mio diploma magistrale è stato considerato, ma ho preferito, ironicamente, non ribattere a chi, tra politici e sindacalisti, ha tanto reclamato la presunta ignoranza di noi precari “diplomati”, ostinandosi, tuttavia, a ritenere corretta, tanto per fare un esempio, la non valutazione delle lauree triennali all’interno delle graduatorie. In questi anni avrei voluto vedere almeno un po’ di coerenza nei discorsi.

È fin dall’inizio della mia carriera scolastica che ho percepito, infatti, una sorta di ostinata necessità nel considerare i diplomati magistrali come inadeguati e ignoranti, al di là di eventuali altri titoli posseduti, al di là, soprattutto, di anni di precariato e di servizio. Di fronte a questa politica così arrogante e annullante, la mia Antigone ha taciuto. Io, intanto, ho imparato ad insegnare osservando le mie colleghe, seguendo avidamente i numerosissimi corsi di formazione organizzati dalle scuole, analizzando la normativa attraverso uno studio assiduo che non ho voluto, stavolta, certificare. Con me, un’intera generazione di donne determinate, silenziose e ostinate a svolgere il loro lavoro ogni giorno nelle classi. Così, se all’Università alcuni professori mi chiamavano Antigone, nei miei anni d’insegnamento da “non abilitata”, sono stati i miei alunni a chiamarmi “Maestra”, che ai loro occhi equivaleva a un mondo, o meglio a un universo, capace di silenziare quello sprezzante, talvolta maleducato, modo di denigrare il lavoro di migliaia di donne. La politica, intanto, si è occupata con incredibile zelo della violenza sulle donne, non solo quella fisica. Talvolta, in certi toni, mi è sembrato che noi lavoratrici diplomate magistrali fossimo escluse anche da questo. Sono stati anni in cui la mia Antigone ha continuato a tacere. Anche Hegel non mi dava risposte, così come la morale kantiana e l’etica di Fichte si erano silenziosamente ritratte.

Ciò che mi ha profondamente colpita, in quegli anni di precariato da “non abilitata”, sono state la mancanza di proposte che potessero fornire soluzioni di stabilizzazione. Spesso si è trattato dello stesso ossessivo ritornello ripetuto allo sfinimento da parte di politici e sindacalisti: “voi non siete nelle GAE, voi non avete vinto il concorso” e quando provavamo (parlo degli anni precedenti al 2012) a far notare che non erano più stati indetti concorsi dal 1999, ci rispondevano, sprezzanti, “voi avete il diploma magistrale!”. In quei momenti sono arrivata, talvolta, a dedurre che si trattasse di un reato.

Ed eccomi nel 2014 davanti alla presidente di ADIDA, Valeria Bruccola, e davanti all’avvocato Bonetti che in II fascia d’istituto mi ci avevano mandata senza neanche conoscermi, in barba agli arzigogolati quiz di Profumo architettati per i PAS di primaria e infanzia e in barba alla CRUI che si era rifiutata di attivarli per gli indegni diplomati. La mia Antigone, stavolta, sorrideva ironicamente.

L’incontro con Valeria Bruccola ha segnato l’inizio di una nuova fase, quella legata alla partecipazione e alla condivisione, quella legata alla ri-vendicazione dei propri diritti. Stavolta Antigone sorrideva con leggerezza e mi chiedeva, a distanza di anni, cosa potesse significare ri-vendicare un diritto. Gli anni, dal 2014 ad oggi, sono stati quelli più intensi e professionalmente completi per me. Ri-vendicare ha qui acquisito per me il significato di elaborare la rabbia per le tante ingiustizie subite, in una dimensione civica e sociale in grado di ascoltare altre storie e di riconoscere le altrui posizioni (mi riferisco anche alle diverse posizioni lavorative). Se da un lato l’esperienza associativa ha ridotto la mia storia personale ad un frammento tra i tanti, dall’altro mi ha permesso di acquisire una visione più ampia del sistema. La dimensione d’inadeguatezza che inizialmente ha prevalso in me di fronte agli attacchi denigratori rispetto al mio servizio svolto, ha così lasciato il posto ad una visione d’insieme più complessa.

Perché, ho cominciato a chiedermi, se i nostri politici sostengono che la laurea in Scienze della formazione primaria sia l’unica adatta all’insegnamento nella scuola primaria e dell’infanzia, hanno volutamente imposto a migliaia di giovani dei forsennati numeri chiusi che non hanno consentito di far laureare un sufficiente numero di persone atte a coprire il fabbisogno strutturale di supplenti? Perché hanno volutamente attinto alle diplomate magistrali per poi svalutarne il servizio prestato?

Dietro le storie personali delle mie colleghe, laureate e non, ho spesso visto tanto bisogno di una sana e legittima affermazione professionale. Ho visto spesso, anche se non sempre, tanti sacrifici e rinunce personali volti ad acquisire professionalità e competenze.

Visione d’insieme, non denigrazione collettiva dei lavoratori forgiata sul modello di una politica misera e arrogante: ecco cosa sono stati i miei anni di associata ADIDA.

Nel 2015 ho ottenuto il ruolo con riserva processuale. Privata della possibilità di partecipare al concorso 2016, sono stata costretta ad un ulteriore estenuante ricorso contro l’Amministrazione. Dopo aver partecipato alle prove suppletive in Emilia-Romagna, sono risultata tra i vincitori sia nella scuola primaria che in quella dell’infanzia. Per farlo ho cercato di forzare la mia natura riflessiva, imponendole di svolgere tempestivamente 8 tracce in due ore e mezzo. Poi la sentenza dell’Adunanza plenaria.

E la mia Antigone? Incurante del posto di lavoro ottenuto da concorso, freme per ri-vendicare l’ingiustizia e l’umiliazione di fronte a un possibile licenziamento dal “ruolo” ottenuto 3 anni fa insieme alle altre inadeguate “diplomate”. Vorrebbe che, tutte insieme le educatrici di ieri e di oggi, si unissero a rivendicare i propri diritti acquisiti tramite titoli e servizi.