143227774-25386a7f-a826-4bc8-9b27-9ba93e571efc

INTERVISTA A BUSSETTI: alcune riflessioni

L’intervista al ministro Bussetti di C. Zunino, visibile sul sito di Repubblica dal 12 settembre, è stata strutturata partendo dalle domande, accuratamente scelte dalla redazione, poste dagli stessi lettori/ascoltatori. Molte le questioni affrontate: l’eccessivo carico di lavoro delle amministrazioni sempre più in emergenza; l’estensione del bonus di merito ai docenti precari; la semplificazione delle future modalità di reclutamento; il numero chiuso per l’accesso alle facoltà di Medicina; il “peso” che dovranno assumere, all’interno dell’esame di maturità, la prova INVALSI e l’esperienza scuola-lavoro; il ruolo delle scuole paritarie all’interno del sistema d’istruzione italiano; ecc…

Anche se ciascuna delle questioni affrontate dal ministro meriterebbe uno spazio collettivo di riflessione, vorremmo qui soffermarci sugli aspetti legati al reclutamento, soprattutto alla luce dei dati emersi dalle operazioni di assunzione appena conclusesi per l’a.s. 2018/2019.

Su 57.000 posti autorizzati dal MEF, solo 25.000 sono stati realmente assegnati al ruolo. Per avere il quadro della carenza strutturale di docenti, a questi numeri vanno aggiunti i posti vacanti al 30 giugno e al 31 agosto. Si tratta di cifre a dir poco impressionanti, tali d’aver finalmente “risvegliato” l’interesse per la scuola dei maggiori quotidiani nazionali.

Le cause delle mancate, seppur autorizzate assunzioni, sono molteplici e complesse: svuotamento delle GAE in alcune classi di concorso al Nord, ritardi nell’espletamento delle procedure del concorso 2018 per la secondaria, endemica carenza di docenti specializzati sul sostegno (su 13.000 assunzioni previste sono stati nominati in ruolo solo 1.600 docenti), ecc…

Sulla mancata possibilità di attingere a docenti specializzati, come nel caso del sostegno, sarebbe forse opportuno distinguere due aspetti, uno legato alla formazione dei docenti, l’altro alla loro effettiva assunzione. La carenza di insegnanti specializzati trova infatti la sua ragion d’essere nelle passate scelte politiche di avviare corsi di specializzazione sul sostegno, ad accesso limitato e con un numero di posti nettamente inferiore al fabbisogno reale. Eppure l’accesso alla specializzazione – non l’automatico conseguimento di essa si badi bene –, collocandosi sul piano della formazione, avrebbe dovuto essere, a nostro avviso, accessibile a tutti gli aspiranti docenti, o perlomeno alla maggior parte di loro. Difficile dunque non sottolineare il fatto che sia stata la volontà politica di non avviare corsi sufficienti alle reali necessità del Paese a determinare l’impossibilità di assunzione su questa classe di concorso.

La vicenda sui possibili profili di incostituzionalità del bando di concorso FIT in atto (fase transitoria) mette in luce un altro aspetto. Le motivazioni dei giudici del Consiglio di Stato che hanno rimesso la questione alla Consulta, sono sostanzialmente legate a due aspetti: l’uno è legato al requisito richiesto di essere in possesso di abilitazione nella classe di concorso alla quale si partecipa, l’altro è il fatto che i governi stiano ricorrendo con troppa frequenza a forme “straordinarie” di assunzioni (fase C della 107 e fase transitoria riservata agli abilitati della secondaria). Rispetto al primo punto è necessario sottolineare che, per i giudici, ad essere in discussione non è stata tanto la richiesta di possedere un titolo abilitante per la partecipazione al concorso, quanto il fatto che per il conseguimento di tale abilitazione negli ultimi 20 anni non sono state attivate dallo Stato forme regolari ed eque di accesso ai corsi. I vuoti creati tra la soppressione delle SISS e l’attivazione di soli due cicli di TFA, il requisito di possedere 36 mesi di servizio per accedere al PAS, hanno infatti determinato l’esclusione di molti soggetti dalla possibilità di conseguire il titolo richiesto (senza contare il fatto che prima, per la partecipazione ad un concorso, veniva richiesta solo la laurea o il diploma magistrale). A nostro avviso, anche in questo caso, la possibilità di abilitarsi avrebbe dovuto collocarsi sul terreno della formazione, accessibile in entrata a tutti gli aspiranti docenti e selettiva solo in uscita. Rispetto al secondo punto, il ricorso a forme straordinarie di assunzione (fase C della 107, fase transitoria per gli abilitati della secondaria, possibile fase FIT semplificata per chi ha prestato 3 anni di servizio e prossima fase transitoria per i DM e per i laureati in SFP) denota la mancata possibilità, da 20 anni a questa parte, di poter accedere al ruolo con modalità eque e regolari per tutti gli aspiranti docenti. Nello specifico vorremmo rilevare che l’assenza di concorsi per ben 13 anni, l’attivazione discontinua dei corsi abilitanti nella secondaria, l’attivazione dei corsi abilitanti sul sostegno con un numero di posti inferiore al fabbisogno, la possibilità di accesso nelle GAE solo di una parte dei laureati in Scienze della formazione primaria, il tardivo riconoscimento del valore abilitante del diploma magistrale (con tutto ciò che ne è derivato), ecc.., hanno determinato situazioni inique alle quali, maldestramente, i vari governi hanno ultimamente tentato di compensare con forme “straordinarie” d’intervento. Paradossalmente, è proprio la stessa straordinarietà dei concorsi proposti dal precedente governo a misurare l’indice delle sperequazioni di trattamento tra le “categorie” di docenti.

Nella sua intervista a Repubblica il ministro Bussetti ha parlato di 10.000 posti per l’abilitazione sul sostegno (ma ne occorrerebbero almeno 5 volte di più per garantire docenti specializzati sia a livello di assunzioni che sui posti in deroga); di ritorno a concorsi con meccanismi di reclutamento “semplificati” (ovvero concorsi che non prevedano ulteriori 3 anni di percorsi e prove selettive prime di entrare di ruolo); del ruolo importante svolto dalle paritarie, soprattutto nelle scuole dell’infanzia, senza tuttavia accennare al riconoscimento del servizio svolto dai docenti in tale scuole ai fini dell’imminente concorso straordinario. Eppure, nel suo annuncio a non voler ricorrere più a forme straordinarie di concorso (l’ultimo dovrebbe essere quello rivolto ai DM e ai laureati SFP), non possiamo non cogliere la conferma che la difficoltà nell’uscire dall’impasse creatasi tra il bisogno di stabilire per il futuro modalità eque e regolari per il reclutamento e la necessità di trovare una soluzione per le sperequazioni subite da alcune categorie di docenti, passerà attraverso ulteriori ingiuste strettoie per questi ultimi.

Laura La Manna